Perdute per tutti, ma non per Dio: storie (scabrose) di donne smarrite e ritrovate

Libertà dalla materia. Libere donne di Dio

PERDUTE PER TUTTI, MA NON

PER DIO

storie (scabrose) di donne smarrite e

ritrovate

Quel cinismo che forse nasce da una ferita. Pagarsi il viaggio al Santo Sepolcro vendendo il proprio corpo: Maria Egiziaca. Da prostituta a patrona delle prostitute pentite: Margherita da Cortona. “Femina so’ e peccatrice”: parola di Chiara, la scandalosa: Chiara da Rimini. La donna del Vate; dai fuochi al fuoco: Alessandra di Rudinì. “La bocca mi basciò tutto tremante”: Paolo e Francesca. L’amore non è l’attimo di ebbrezza: è cercare il bene dell’amato.

 

di  Claudia Cirami

Amo le storie di redenzione. Soprattutto quelle che riguardano le donne. So che, da un punto di vista spirituale, una donna dovrebbe ambire ad imitare sante come Rosalia, che scelse consapevolmente l’eremitaggio pur di ricercare Dio lontana dai piaceri mondani, o come Maria Goretti, che si è fatta uccidere pur di non cedere alle voglie di un pretendente. Se devo essere sincera, però, pur ammirando questi luminosi esempi di vergini, non mi scandalizzano quelle donne – sante o meno – che prima si sono fatte i loro affari “in tutti i luoghi e in tutti i laghi” e poi hanno incontrato Dio, liberandosi dalla schiavitù dei sensi (espressione che dice più di quanto sia lecito immaginare). Liberazione avvenuta nella preghiera, nella penitenza, in una vita condotta, dal momento della conversione in poi, con rigore e austerità (quella seria, però: non quella del tipo “che sarà mai un altro peccato? Poi vado a confessarmi e tutto passa…”). Donne cosiddette “perdute”. Che poi hanno ritrovato se stesse. O, meglio, sono state riprese in tempo, prima che, insieme al corpo, vendessero anche l’anima.

QUEL CINISMO CHE FORSE NASCE DA UNA FERITA

Le storie di donne la cui condotta morale non è stata impeccabile – per usare un eufemismo – non hanno mai suscitato in me sentimenti di repulsione o di condanna. Semmai, ho provato compassione per loro, quando non sono riuscite a risalire dall’abisso in cui erano cadute. O le ho stimate, quando hanno riconquistato la dignità perduta. Il perché è presto detto: da “sorella di genere”, so che, la maggior parte delle volte, nell’abisso noi donne ci finiamo per amore. Anche quando sembra che facciamo due conti o che siamo ambiziose, in realtà, tutto questo subentra esattamente un attimo dopo. Perché, in primis, è l’amore che ci fa inabissare. Amore da parte nostra, si intende. Perché se ci fosse pure dall’altra parte, non ci sarebbero donne perdute (o quasi). E’ l’amore non corrisposto che ci porta dritte nelle tenebre. Pure quelle che sembrano più ciniche e indifferenti ai sentimenti, quelle che “non festeggio S. Valentino perché è una festa commerciale”, quelle che “io preferisco la convivenza perché ti fa scegliere una persona giorno per giorno”, quelle che “prima di fermarsi con uno, bisogna provarne tanti”, di solito hanno una cicatrice nell’anima, causata da un’originaria delusione d’amore, che le porta a dire (e a fare) quello che non avrebbero mai pensato. Fidatevi.

PAGARSI IL VIAGGIO AL SANTO SEPOLCRO VENDENDO IL PROPRIO CORPO. MARIA EGIZIACA

L’antica sensualità ha lasciato il posto al tempo della penitenza. Maria Egiziaca

La cristianità conosce diverse storie di donne dal passato burrascoso. Racconti con un lieto fine. Sorvoliamo su Maria Maddalena, la più nota peccatrice redenta della storia della cristianità: ormai, di lei sappiamo tutto il poco che c’è da sapere (poiché i Vangeli sono sobri come sempre e tutto il resto è pura fantasia). Altre ex donne perdute ci attendono. Per esempio, s. Maria Egiziaca, vissuta attorno al IV secolo. Di lei si sa poco, a dire il vero, e forse la storia si mischia alla leggenda (c’è addirittura chi sostiene che non sia mai esistita): quale che sia la verità, però, la sua è una vita suggestiva. Secondo quello che ci viene raccontato, Maria aveva 12 anni quando fuggì dalla sua casa e se ne andò ad Alessandria, dove, per ben 17 anni, praticò il mestiere più antico del mondo. Gli ortodossi, che la venerano come noi, dicono che non fu tanto per bisogno (dato che sapeva tessere il lino) quanto “per pura depravazione”, come, in qualche passo – non si sa quanto attendibile – ammette lei stessa. Era bella, Maria, e consapevole del suo fascino. Le piacevano gli uomini e amava gettarsi nelle avventure, di letto e non. E fu proprio per spirito d’avventura che, dopo aver visto una carovana di pellegrini diretta in Terra Santa, si imbarcò per lo stesso luogo. Per il viaggio non ebbe problemi: se lo pagò con il corpo, offrendolo a marinai compiacenti. Arrivata a Gerusalemme, come gli altri voleva visitare il Santo Sepolcro, ma una forza interiore per tre volte le impedì d’entrare. Riuscì ad accedere solo dopo la promessa di vivere rettamente. Seguendo una voce interiore, si recò infine al Giordano, venne battezzata e visse da eremita nel deserto per il resto della sua vita, espiando i peccati commessi.

 

DA PROSTITUTA A PATRONA DELLE PROSTITUTE PENTITE. MARGHERITA DA CORTONA

Margherita da Cortona

 Spostiamoci qualche secolo più in là. Siamo tra l’Umbria e la Toscana. Margherita è giovane e, secondo le fonti, “di gran bellezza”. Tuttavia vive una vita triste a causa di una matrigna che – in perfetto stile “Cenerentola” – le rende l’esistenza difficile, con freddezza e dispetti. Margherita, però, sa di avere una possibilità per fuggire dalla sua famiglia: è innamorata di un uomo nobile e ricco e va a vivere con lui. I “cialtroni sentimentali” – tipologia di uomini molto diffusa secondo la vecchia (e saggia) Bridget Jones – erano molto attivi anche all’epoca. Uomini che possono godere della tua compagnia (e non solo di quella) anche per anni, ma guai a pensare al matrimonio. Proprio a questa tipologia doveva appartenere l’uomo di Margherita: la tiene presso di lui per nove anni, come amante/concubina, la rende anche madre di un bambino ma di sposarla neanche a parlarne. Quando viene ucciso durante una battuta di caccia, forse da briganti, Margherita si trova sola con il figlio: i familiari del compagno non l’aiutano e suo padre e la sua matrigna non la rivogliono con loro. C’è chi racconta che, per vivere, è pure costretta a prostituirsi. Di lì a poco, però, ecco la svolta. Si reca a Cortona e viene in contatto con i francescani. E’ la sua rinascita spirituale: il suo rapporto con Dio, pian piano, si fa sempre più forte e inizia a dedicare la sua vita ai poveri e alle partorienti, praticando uno stile di vita austero e segnato da penitenze rigide. Infine, negli ultimi anni di vita, si ritira nella solitudine di un eremo, senza tuttavia far mancare il suo sostegno ai figli e alle figlie spirituali che in lei cercano conforto spirituale. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1297, viene proclamata santa da papa Benedetto XIII nel 1728. La Chiesa la venera come patrona delle prostitute pentite.

FEMINA SO’ E PECCATRICE”: PAROLA DI CHIARA, LA SCANDALOSA. CHIARA DA RIMINI

Chiara da Rimini

Contemporanea di Margherita da Cortona, Chiara Agolanti nasce a Rimini nel 1280 e viene educata dal padre in modo autonomo fin da piccola. Più cresce, però, più diventava ribelle, facendosi beffe dell’educazione cristiana che la madre tenta di impartirle. Si sposa giovanissima e presto rimane vedova. In anni in cui a poco a poco perde tutti i suoi familiari, sia prima che dopo il matrimonio, si dà ad una vita dissipata, scandalizzando il suo ambiente. E’ avida di vita, Chiara. Le piace tutto: sesso, denaro, lusso, persino il cibo. Non si fa mancare niente. Nemmeno un altro matrimonio porta ordine nella sua vita sentimentalmente burrascosa: il secondo marito è simile a lei e Chiara accetta di sposarlo solo con la promessa che le lasci vivere la stessa vita “allegra” di prima. Un giorno, però, entrata in una chiesa, si sente turbata e da quel momento inizia la sua risalita verso la luce. Adotta uno stile di preghiera e di penitenza che ha come primo frutto la conversione dello sposo, che muore in grazia di Dio dopo due anni. Più tardi, Chiara abbraccia la vita religiosa, praticando penitenze molto severe (mangiandosi pure un rospo, che indica simbolicamente il disprezzo per il cibo e per il sesso) e ricevendo diverse grazie mistiche. La tradizione la conosce come beata Chiara da Rimini.

 

LA DONNA DEL VATE: DAI FUOCHI AL FUOCO. ALESSANDRA DI RUDINì

Alessandra di Rudinì

Una di quelle che più attira la mia ammirazione è la marchesa Alessandra di Rudinì Carlotti, nota per essere stata l’amante di D’Annunzio. Tempo fa, un amico si è chiesto, quasi indignato: “Come si fa a perdere la testa per D’ Annunzio”? Se fossi un uomo, guardando la foto del Vate, esprimerei lo stesso sdegno: odiosi baffetti da dandy, sguardo poco vivace, calvizie incipiente, un viso in cui non sembra esserci nulla di rilevante. Sono una donna, invece, e, se mi fermo un attimo a pensare, dico che davanti ad uno che sa scrivere “La pioggia nel pineto” (e magari la sussurra all’orecchio) nemmeno la più lucida delle donne sarebbe al sicuro. Perciò, anche se Alessandra è bella come una statua greca (e lui la chiama proprio Nike, come la Vittoria), ed è anche ricca e colta, nonostante una resistenza iniziale, finisce per gettarsi a capofitto in una relazione con lui, anche se è vedova e ha due figli a cui pensare. Un amico di lei commenta “non poteva accaderle nulla di peggio”. E’ la verità: i familiari la tengono a distanza, la società mormora ma, se non bastasse, anche il legame con D’Annunzio è tormentato, tra passione, gelosie, malattie, fino all’epilogo finale – tipico del Vate – con lui che si allontana al seguito di un’altra fiamma. Due anni dopo la fine della relazione, Alessandra scrive ad un sacerdote che la conosce bene: “anche nelle ore più torbide ha sempre vissuto in me presente… l’aspirazione a quella luce… ma dovevo sperimentare più pienamente e duramente la meravigliosa sapienza della lucida parola dell’Ecclesiaste sulla vanità di ogni cosa umana”. Allora, guarita da quell’insana passione, pian piano, si apre ad un percorso spirituale che la conduce al Carmelo e finisce i suoi giorni come suora carmelitana, in quella pace che il suo cuore ha sempre desiderato, bruciando dell’unico Fuoco che non consuma l’anima.

LA BOCCA MI BASCIÒ TUTTO TREMANTE”. PAOLO E FRANCESCA

Forse nessuno meglio di Frossard può inquadrare la situazione esistenziale di queste fragili sorelle in umanità. Egli ha usato parole per se stesso e la sua straordinaria esperienza che, nello stesso tempo, possono forse spiegare anche la loro situazione nel momento in cui iniziano a prendere coscienza del loro peccato. Scrive il convertito francese sull’evidenza di Dio: “la sua irruzione straripante, totale, s’accompagna con una gioia che non è altro che l’esultanza del salvato, la gioia del naufrago raccolto in tempo; con questa differenza tuttavia, che è proprio nel momento in cui vengo issato verso la salvezza che acquisto coscienza del fango nel quale ero immerso senza saperlo, e che mi chiedo, vedendomene ancora impossessato a metà corpo, come abbia potuto vivervi e respirarvi”.

Perché l’amore – anche quello più intenso – se vissuto svendendo la propria dignità, può diventare fango, tenebra, cupezza. Può affondare l’anima più pura, i desideri più pudichi, i sentimenti più teneri. Come sapeva bene Dante, che collocò all’Inferno anche due innamorati come Paolo e Francesca, la cui unica colpa era quella di non essere stati capaci di strapparsi a quel piacere forte che li univa l’uno per l’altra e che li condusse alla morte fisica ed eterna. Così liberarsi dalla prigionia di squallidi o violenti legami carnali, anche se non è semplice, diventa necessità vitale per il corpo e, ancor di più, per l’anima,  Perchè anche se l’amore è una forza potente e meravigliosa,  come ci ricordano i magnifici versi danteschi:

“Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
… la bocca mi basciò tutto tremante”

 se vissuto in modo totalizzante, distruttivo e senza alcuna remora morale, può condannare l’anima, invece di santificarla.

L’AMORE NON È L’ATTIMO DI EBBREZZA: È CERCARE IL BENE DELL’AMATO

Maria Egiziaca, Margherita, Chiara, Alessandra ma anche molte altre donne di cui la storia ha perso le tracce, ma non la grazia di Dio, ci indicano la strada di un superamento delle tentazioni e dei peccati legati alla debolezza della carne. Anche per chi è scivolato nei piaceri dei sensi e se ne è fatto prigioniero può esserci una speranza di redenzione. Che non vuol dire necessariamente abbracciare la vita religiosa, per cui occorre una chiamata particolare. Ma tutti possiamo rispondere all’invito, come ha scritto Benedetto XVI nella Deus Caritas Est – di vivere l’amore come “estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione in un dono di sé”, perché il vero amore “diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato”. Il dono di chi ama veramente è vita, e non morte spirituale, per sé e per gli altri.

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