Se la sacrestia è povera ma la canonica è ricca. Il Cristo che non smette d’imbarazzare… molti preti

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SE LA SACRESTIA È POVERA…

 MA LA CANONICA È RICCA

«L’obolo della povera vedova».

Una sferzante riflessione su una scomoda pagina del Vangelo di Luca

costruita sulle parole di un Cristo

che non finirà mai di mettere tutti in imbarazzo,

specialmente certi suoi preti

 

In che modo impieghiamo le ricchezze che in vario modo il Popolo di Dio ci mette a disposizione, talvolta anche in modo generoso? Come sono ripartite le ricchezze all’interno della Chiesa? Con quale oculata ed equa ripartizione queste sostanze sono usate per il più alto decoro della Casa del Signore, per il decoroso sostentamento dei suoi fedeli ministri, per il sostegno dei poveri e dei bisognosi?  Quante volte, nello svolgimento del mio ministero sacerdotale in varie parti d’Italia, mi è capitato di entrare in sacrestie puzzolenti, di estrarre da armadi tarlati e mezzi marci dei camici ingialliti dallo sporco, dei paramenti sacri maleodoranti, oppure essere costretto a deporre il prezioso sangue di Cristo dentro calici non giovabili corrosi al loro interno? Quante volte mi è accaduto di passare da queste sacrestie all’abitazione privata del prete e di vedere al suo interno strumenti elettronici di ultima generazione, maxi schermi televisivi altamente costosi… per non parlare della cura maniacale con la quale il confratello teneva pulita la propria automobile, ricolma di accessori tanto inutili quanto costosi?

 

don Ariel S. di Gualdo

Don Ariel S. Levi di G.

Sta scritto nel Vangelo di Luca [23, 36-43]:

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.  Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere.

L’ARTE OMILETICA DI METTERE A TACERE CRISTO

Spesso Gesù è imbarazzante e provocatorio, a volte diventa persino aggressivo, come quando nel cortile interno del Tempio urla improperi e caccia a colpi di frustra i mercanti, dopo avere rovesciato i banchetti del loro mercato [Mt 21, 12-13]. Usando le parole del lessico profetico li accusa di aver mutato quel luogo santo una spelonca di ladri [Gr 7, 11]. Gesù si rivolge ai dignitari dell’alto clero giudaico con parole gravemente offensive chiamandoli razza di vipere, figli della prostituzione; paragonandoli a sepolcri imbiancati tinteggiati di candore all’esterno ma pieni di putrefazione al loro interno [Mt 23, 23-28; Gv 2, 14-17] …

 Sulla cima del Calvario, Gesù porta con sé anche la gloria della tradizione degli antichi profeti, ben pochi dei quali sono morti di morte naturale, sebbene alle volte, nell’arte omiletica, si sorvoli sulla sorte riservata ai predicatori non particolarmente accomodanti: Geremia finisce lapidato, Daniele gettato in pasto ai leoni … Isaia fu messo a morte e secondo certi scritti apocrifi pare sia stato segato in due. Cosa dire poi dei tentativi di mettere a tacere Gesù con futili sofismi, come quando i suoi detrattori, non avendo dove aggrapparsi né potendo smentire le sue parole, cercano di privarlo di credibilità agli occhi della gente affermando: «Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? […] da dove gli vengono allora tutte queste cose? Ed era per loro motivo di scandalo» [Mt 14, 555-57]. Più avanti, tutt’altro che a caso, dalle stesse pagine di San Matteo il Signore lamenta: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati [Mt 23, 37].

QUEL FASTIDIOSO CARATTERE DEL NAZARENO

L’intera vita di Gesù rappresenta una pubblica e irritante sfida, è un dato storico oggettivo che non può essere raggirato con alcun artifizio esegetico: il Signore aveva un carattere fastidioso, una bocca dalla quale non uscivano circonlocuzione né mezzi termini ambigui e confusi. Non era aduso addolcire le pillole amare e quando giunse il suo momento bevve egli stesso l’amaro calice alla vigilia della sua passione [Mc 14, 36]. Gesù si ostinava a dire la verità con forza umana e divina coerenza, perché in Lui, verbo fatto carne, la verità si è incarnata facendosi via, verità e vita [Gv 14, 6] .

Ogni volta che noi eludiamo il Vangelo e non leggiamo sulle sue righe quello che di irritante ci viene sbattuto sulla faccia attraverso i secoli, compiamo un’azione di alterazione e di autentica profanazione della verità che è Cristo Dio.

Per inciso: ieri mi sono messo a girare per i vari siti dell’Internet che offrono omelie confezionate a uso di quei predicatori più o meno pigri, non inclini a perdere tempo per preparare il cibo vivo della Parola di Dio da portare come nutrimento sulla mensa del suo Popolo.

Dinanzi a quei testi così elusivi, così vaghi, così politicamente corretti, così infarciti di buonismi flaccidi, ma soprattutto così fuori dalla reale e drammatica concretezza che offre questa pagina del Vangelo, veniva voglia di dire in tono di disperato lamento –  «Signore, da chi andremo?» [Gv 6, 68].

E da chi altri se non da lui.

SE I SACERDOTI FACESSERO COME LA VEDOVA COSÌ CARA A GESÙ

Questo quesito contiene infatti la speranza e la certezza espressa da Pietro che prosegue affermando: «Perché tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [Gv 6, 68-69].

L’episodio della povera vedova che lancia nel tesoro del tempio le due sole monete che possiede, ci pone di fronte a una realtà difficile da sfuggire con voli pindarici, perché se la concretezza di quel gesto è disarmante, il monito che racchiude non è poco severo: quelle due monete rappresentano il senso della totalità. Offrire a Dio tutto il nostro essere senza risparmio e senza paura, nella certezza di fede del nostro divenire futuro che è tutto racchiuso nel mistero del Cristo Dio.

Nella parte finale in cui Gesù dice: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere», è racchiuso il richiamo severo alla nostra profonda responsabilità. Noi uomini chiamati a servire la Chiesa tramite il sacro ordine sacerdotale che ci rende indegni partecipi al sacerdozio ministeriale di Cristo, siamo responsabili di questa duplice ricchezza: della fede della povera vedova e anche del denaro della povera vedova. Ogni cosa che viene offerta per Dio deve essere infatti impiegata per Dio, a servizio di Dio e a gloria di Dio. Tutto ciò che in ricchezza di doni abbiamo avuto dalla Chiesa e per la Chiesa, alla nostra morte deve tornare moltiplicato alla Chiesa, come ci insegna la celebre parabola dei talenti [Mt 25, 14-25].

COME IMPIEGHIAMO NOI PRETI LE RICCHEZZE CHE IL POPOLO DI DIO CI METTE A DISPOSIZIONE?

Il soldo della vedova

Seguendo le orme della divina scorrettezza di Cristo, senza falsi pudori o penosi nascondimenti desidero porre un quesito alla mia coscienza di prete: in che modo noi sacerdoti amministriamo questi due tesori, il patrimonio della fede e i doni materiali che ci vengono dalle membra vive del Popolo di Dio?

Oggi che si parla di anno della fede da una parte, di nuova evangelizzazione dall’altra, dovremmo essere più che mai consapevoli in che misura la ricchezza della fede si regga o cada tutta sull’esempio. Dunque ogni giorno dovremmo interrogarci: quale esempio diamo al Popolo di Dio per indurlo a mantenere, sviluppare e diffondere la ricchezza della fede?

A questo primo quesito dovrebbe seguirne un secondo non meno doloroso: in una società che versa in una crisi economica profonda, dove sempre più famiglie stentano ad arrivare alla fine del mese. In questa nostra amata Roma eterna, dove poco più di un mese fa, passando per una strada mi precipitai fuori dalla macchina per piegarmi benedicente sul cadavere ancora caldo di una povera signora, che ridotta sul lastrico si era gettata da un balcone del quinto piano… In che modo impieghiamo le ricchezze che in vario modo il Popolo di Dio ci mette a disposizione, talvolta anche in modo generoso? Come sono ripartite le ricchezze all’interno della Chiesa? Con quale oculata ed equa ripartizione queste sostanze sono usate per il più alto decoro della Casa del Signore, per il decoroso sostentamento dei suoi fedeli ministri, per il sostegno dei poveri e dei bisognosi?  Quante volte, nello svolgimento del mio ministero sacerdotale in varie parti d’Italia, mi è capitato di entrare in sacrestie puzzolenti, di estrarre da armadi tarlati e mezzi marci dei camici ingialliti dallo sporco, dei paramenti sacri maleodoranti, oppure essere costretto a deporre il prezioso sangue di Cristo dentro calici non giovabili corrosi al loro interno? Quante volte mi è accaduto di passare da queste sacrestie all’abitazione privata del prete e di vedere al suo interno strumenti elettronici di ultima generazione, maxi schermi televisivi altamente costosi… per non parlare della cura maniacale con la quale il confratello teneva pulita la propria automobile, ricolma di accessori tanto inutili quanto costosi? E quante volte, a disonore della Chiesa e con grave scandalo per il Popolo di Dio — agli occhi del quale certe cose non sfuggono mai — è capitato di assistere alle vicende di alcuni preti entrati poverissimi dentro i seminari, mantenuti agli studi di formazione al sacerdozio dal buon cuore di qualche benefattore o dalle premure della diocesi, che alla loro morte hanno lasciato cospicue eredità ai loro amati nipoti, non però un solo centesimo alla Chiesa, il tutto dopo avere vissuto una vita improntata sulla cupidigia e sull’avarizia?

A rendere più grave il tutto, il fatto che mentre costoro accumulavano tesori destinati non alla Chiesa, non alla Casa di Dio, non ai poveri e ai bisognosi del suo Popolo Santo… altri loro confratelli inseriti in contesti ecclesiali e pastorali meno felici – o per così dire molto meno redditizi – dovevano battere cassa presso i propri familiari, perché non ce la facevano ad andare avanti, perché non avevano soldi per mettere la benzina dentro il serbatoio dell’automobile per andare a prestare i loro servizi pastorali, perché non avevano soldi per comprarsi un cappotto pesante che li riparasse dal freddo invernale, perché dinanzi a un povero padre di famiglia che rischiava la sospensione dell’erogazione dell’energia elettrica poiché giunto ormai alla terza bolletta non pagata, altri santi preti si sono messi le mani in tasca e poco dopo non avevano più un soldo per fare la spesa.

E IL PAPA DICE NO ALLA CONDISCENDENZA DEI FORMATORI DI SACERDOTI

A conclusione di questo penoso discorso, che ritengo però abbia una sua precisa utilità nell’economia della salvezza, vorrei invitarvi alla lettura di un’Enciclica scritta nell’anno 1935 dal Sommo Pontefice Pio XI, nella quale il Santo Padre non esita a puntare il dito su certi malcostumi del clero di ieri e di oggi, andando alla radice dei potenziali problemi che bisognerebbe sempre evitati a monte. A tal scopo invita i formatori dei candidati al sacerdozio a «Correggere l’errore quando lo si avverte, senza umani riguardi, senza quella falsa misericordia che diventerebbe una vera crudeltà, non solo verso la Chiesa, a cui si darebbe un ministro o inetto o indegno, ma anche verso il giovane stesso che, sospinto così sopra una falsa via, si troverebbe esposto ad essere pietra d’inciampo a sé e agli altri, con pericolo di eterna rovina».  Più avanti prosegue esortando: «Per ottenere che gli altri abbraccino il Vangelo, l’argomento più accessibile e più persuasivo è il vedere quella legge attuata nella vita di chi ne predica l’osservanza» [Ad Chatolici Sacerdotii Cap. III:  «Sulla scelta dei candidati al sacerdozio].

L’ALTRA FACCIA DELLE MONETE DELLA VEDOVA È QUESTA

Questo il messaggio e in parte l’amorevole dramma che si cela dietro alle due monete della povera vedova. Sulle quali può nascere o sulle quali può morire la fede del Popolo di Dio e la credibilità verso i suoi sacerdoti chiamati a servire la Chiesa, non a servirsi della Chiesa. Questo è l’imbarazzo e la provocazione con la quale Gesù Cristo Figlio di Dio e Dio fatto uomo sfida la nostra indifferenza e il nostro torpore, chiedendoci oggi più che mai di annunciare ciò che è stato detto sulle righe e oltre le righe del suo Santo Vangelo, non ciò che di comodo e di deresponsabilizzante spesso interpretiamo per eluderne la verità, anziché per guidare gli uomini a conoscere quella verità che ci farà liberi  [Gv: 8, 32].

I due soldi della povera vedova hanno una profonda valenza teologica: rappresentano e manifestano il mistero della fede e l’azione di grazia di Dio sull’uomo, che accolta liberamente la grazia risponde donando tutto se stesso senza alcun risparmio, affinché gli uomini possano entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio [Rm: 8, 21]. Non ci si serve della Chiesa di Dio e tanto meno dell’obolo della povera vedova per arricchire noi stessi o le nostre fameliche consorterie. La Chiesa si serve per arricchire l’umanità intera, dopo essersi fatti poveri in spirito [Mt 5, 3] per divenire beati e per guadagnare la ricchezza eterna del Regno dei Cieli, consapevoli che Cristo ci ha chiamati a sé e fatti «Pescatori di uomini» [Mc 16,17], forniti di tutti i migliori mezzi affinché la nostra, come la sua, possa essere una pesca miracolosa [Lc 5, 1-7].

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9 comments on “Se la sacrestia è povera ma la canonica è ricca. Il Cristo che non smette d’imbarazzare… molti preti

  1. in che modo noi sacerdoti amministriamo questi due tesori, il patrimonio della fede e i doni materiali che ci vengono dalle membra vive del Popolo di Dio?

    *******

    questa domanda, con tutta la riflessione, è da incorniciare e far conoscere a preti e fedeli ;-)
    TUTTI ne siamo veramente coinvolti: chi da e chi ricevere; chi riceve e chi da, tutti dobbiamo rispondere a Dio di ciò che avremmo fatto e di ciò che NON avremmo fatto…. e di come lo avremmo fatto!
    Una predica “politicamente scorretta” che spero non metta in guai seri il giovane Don Ariel :-)
    Per quel che mi riguarda lo ringrazio per il profondo esame di coscienza che mi impone a fare, rivolgendo a me stessa le tante domande….
    E ritengo onesto ed importante scriverlo pubblicamente!
    Grazie Don Ariel
    :-)

  2. Forse è poco evangelico giudicare il prossimo…ma sorge spontanea una domanda: un prete che si comporta così, che fede ha? Ha presente a chi deve rendere conto nell’ultimo giorno? O per un siffatto prete la religione è diventata trantran quotidiano, ritualismo meccanico e vuoto da impiegati del sacro? Mah, nella sua sapienza e potenza il Signore sa far produrre buoni frutti anche ai fichi sterili e ai tizzoni d’inferno….

    • Questo tuo post, Ettore, è stato equivocato da parecchi. Nel senso che sembra quasi tu stia riferendoti al sacerdote autore dell’articolo. Ma stante la nostra conoscenza su fb, ho capito subito che il tuo riferimento è proprio agli stessi personaggi ammoniti dal don Ariel nel suo articolo.

  3. una domanda , a voi risulta che nella diocesi di Milano ci sia uno ” stipendio” per i preti diocesani per cui uno viene riconoscuiuto dallo “Stato” e un secondo dalla Diocesi Ambrosiana?

    • Da quel poco che so i sacerdoti stipendiati dallo Stato sono (e sempre di meno) quelli che, come le suore, insegnano in scuole pubbliche (o lavorano negli Ospedali come infermiere & affini), o comunque insegnano (ossia non saprei specificare poi i parametri per la scuola detta privata)…. lo so perchè conosco un sacerdote che oggi percepisce la pensione dallo Stato dopo aver insegnato pr 40 anni in diverse scuole e la pensione di una suora che ha insegnato per 45 anni in una scuola elementare, e so di un altra suora che è stata infermiera per 35 anni e percepisce oggi la pensione ;-)
      per il resto non credo che lo Stato elargisca stipendi per altro “risolti” con il famoso Concordato e l’8×1000 attraverso il quale la CEI dovrebbe appunto pagare gli stipendi ai sacerdoti e agli stessi vescovi…..

      Ad ogni modo non esiste alcuna agevolazione o strada preferenziale per il Clero ambrosiano ;-)

  4. Avendo un cognato in seminario, ho potuto confrontare i racconti dei preti di una volta rispetto alla realtà sei seminari attuali. Tutto modernissimo, comodissimo, palestra interna compresa, piscina settimanale, parco macchine che dimostra che il ceto di provenienza è abbastanza alto. Perché oggi il prete giovane che non sa cantare, ballare, nuotare con stile, salire in montagna alla Messner, giocare a calcio, guidare una macchina possibilmente sportiva, infarcire di qualche espressione colorta il fraseggio, non sembra potere attirare in Oratorio i giovani. Non vi dico però le rette che chiedono, che devono addossarsi le famiglie dei (pochissimi) seminaristi.

    • Noi parlavamo di povertà e pauperismo in tempi non sospetti.
      Prima che altri la scoprissero o ne scrivessero sui giornali.

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